Lo sbarramento di Lardaro

di Aldo Gottardi
Dall’immagine in evidenza possiamo notare il lato nord di Forte Corno, oggi (foto ing. Anna Peghini, 2015).

I primi tre forti dello sbarramento di Lardaro (da Tullio Marchetti, Fatti uomini e cose delle Giudicarie nel Risorgimento, Scotoni, Trento 1926)

Percorrendo la strada statale in prossimità dell’alta Valle del Chiese in Giudicarie, all’altezza dell’abitato di Lardaro (oggi parte del Comune di Sella Giudicarie) si può ammirare uno splendido testimone del passato bellico di questa valle: il Forte Larino. È una fortezza austriaca costruita tra il 1860 e il 1862 insieme ad altre due, una sulla strada sottostante e una gemella sull’altro lato della valle, oggi andate distrutte. Furono costruite (utilizzando in alcuni casi maestranze locali) pochi anni dopo la perdita del Regno Lombardo, quando la regione Trentino-Tirolese cominciò a trovarsi sempre più come un cuneo incastrato all’interno di una nazione ostile, il Regno d’Italia, con l’esigenza quindi di rendere i confini sempre meglio difesi.

Forte Larino, oggi (foto dell’ing. Anna Peghini, 2015)

Erano però forti antiquati, adatti tutt’al più per controllare le reti viarie (come ad esempio il Forte Bus de Vela), ma inefficaci verso le nuove e più potenti artiglierie d’assedio che avrebbero avuto la meglio sulle loro strutture in granito e sui loro tetti in pietra e terra battuta, capaci di fermare solo palle di cannone. Ed ecco che, per sostituire questi primi forti della cosiddetta “prima” e “seconda generazione” (pressoché uguali tra loro) ne comparvero altri che si ispiravano ad altre filosofie costruttive e tattiche ovvero, tra gli anni ’80 e ’90 dell’Ottocento, i forti di “terza generazione” o di “stile Vogl”. Se davanti al forte Larino alziamo gli occhi verso destra, notiamo l’imponente silhouette del Forte Corno, costruito tra il 1890 e il 1892 su uno sperone roccioso a dominio della sinistra orografica della valle, oggi restaurato e visitabile integralmente in tutta la sua spettacolarità grazie alla locale Associazione La Büsier di Valdaone, così come il Larino da parte del Comune di Sella Giudicarie. A Forte Corno si cominciò ad utilizzare il calcestruzzo, piante irregolari, mimetismo e anche gli armamenti diventarono più moderni con mitragliatrici e artiglierie in cupole girevoli. Anche questo però, subì all’epoca un invecchiamento precoce: nuove armi ne pregiudicavano la sopravvivenza e la sicurezza della guarnigione, tanto che anche questo, come i tre forti precedenti, durante la Grande Guerra fu disarmato. 

il Forte Corno al lato ovest. La foto proviene dall’Archivio Centro Studi Judicaria.

Era un continuo rincorrersi tra artiglierie sempre più potenti e fortificazioni sempre più resistenti. Un rincorrersi che porterà, nel primo decennio del Novecento, alle seguenti ultime due generazioni costruttive, la “quarta generazione” o “stile Conrad” e la “quinta generazione” dei forti ipogei (cioè in caverna). Queste nuove fortezze dovevano ora mimetizzarsi col territorio, migliorare la propria protezione inserendosi sottoterra o in roccia e disporre di un efficace capacità di attacco e difesa (anche per la guarnigione che stabilmente vi risiedeva): proprio qui vi sono esempi di queste due tipologie nei Forti Cariola (o Por) sulla sinistra orografica della Valle del Chiese e nel Forte Peschiera sulla destra. Il primo, forte in cemento armato corazzato costruito tra il 1910 e il 1912, era parzialmente interrato, armato con quattro obici in cupole girevoli, cannoni e una ventina di mitragliatrici, disponeva anche di un sistema di filtraggio e riciclo dell’aria che gli poteva permettere virtualmente di sopravvivere a un attacco con i gas; il secondo, ultimato nel 1915, era costituito da un insieme di caverne comunicanti tra loro nelle quali si trovavano artiglierie e mitragliatrici e, in due pozzi circolari, due obici in cupola girevole. 

Artiglierie del Forte Peschiera (Archivio Centro Studi Judicaria)
Forte Cariola sotto la neve visto da nord (Archivio Centro Studi Judicaria di Tione, Fondo Kaufmann)

Questi ultimi due forti (soprattutto il Cariola, assai simile ai forti austriaci dell’Altopiano di Asiago) effettivamente presero parte attiva durante la Grande Guerra, resistendo alle artiglierie italiane fino all’ultimo giorno di guerra. Dopo il conflitto furono presi d’assalto dai recuperanti di metallo, che se non sconvolsero più di tanto il Peschiera, letteralmente fecero saltare in aria il Cariola per estrarvi le barre di metallo e le corazze immerse nel calcestruzzo. Di quest’ultimo oggi rimangono comunque ancora interessanti resti. La storia della fortificazione dell’alta Valle del Chiese in Giudicarie, con tutti i suoi pro (economici, anche se limitati, per i lavoratori nei cantieri) e contro (distruzione e sconvolgimento di enormi parti di bosco o pascolo indispensabili per le comunità locali), sono comuni a tante altre valli di confine della Regione, che ancora oggi portano i resti di questa affascinante anche se drammatica storia.

Resti di Forte Cariola, oggi (foto di Aldo Gottardi, 2020)

Bibliografia

Libri:

  • (a cura di) Vittorio Carrara, Michela Favero, Le montagne dei forti. Paesaggi alpini e architetture militari nell’alta Valle del Chiese, Fondazione Museo Storico del Trentino, Trento 2015;
  • Nicola Fontana, La regione fortezza. Il sistema fortificato del Tirolo: pianificazione, cantieri e militarizzazione del territorio da Francesco I alla Grande Guerra, Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto 2016
  • Felix Wilhelm Hecht von Eleda, Diario di guerra dal Cadria e dallo Stivo, II° Edizione, Editrice Rendena, Tione di Trento 2019.

Articoli:

  • Franco Bianchini, La prima guerra mondiale. L’Alto Chiese nella prima guerra mondiale: i forti di Lardaro, articolo inedito.