Dialetto e….paternità ignote: il “caso matelot”

di Aldo Gottardi
Dall’immagine in evidenza possiamo notare Trento bombardata dall’artiglieria francese nel 1703 in un’incisione tedesca del XVIII secolo (Fonte e diritti: Biblioteca Digitale Trentina).

Le guerre, oltre ad essere drammatici e distruttivi eventi della storia umana, sono anche momenti nei quali avvengono enormi e veloci spostamenti di persone su distanze immense, avvicinando così tra loro popoli e culture diversissime. E’ curioso notare come in questo caso avvenissero quindi anche influenze reciproche nel linguaggio, con la nascita di nuovi modi di dire e nuove parole che riprendevano termini stranieri “adattati” sull’altra lingua o adottando (anche decontestualizzandoli) particolari vocaboli. 

Foto di un bambino di inizio Novecento vestito alla marinara, dettaglio di una immagine di Piazza Dante durante la Grande Guerra (fonte collezione Leonardo Valentini).

Ad esempio, durante la Grande Guerra, quando gli affamati prigionieri di guerra croati che vestivano le divise imperial-regie austroungariche chiedevano supplichevolmente il pane, che nella loro lingua si dice “kruh”, nacque il termine “crucco”, esteso “per via della divisa” prima agli austriaci e poi ai tedeschi in generale. Esistono decine di altri esempi, non solo riguardo alla storia recente. Pensiamo ad esempio a tutte le parole straniere assimilate fin dall’antichità dalle popolazioni locali e che sono diventate parte integrante del dialetto trentino: dobbiamo dire grazie ai Longobardi se possiamo affermare di esser “stracchi” (=stanchi); se di notte, per non esser disturbati dalle luci, possiamo chiudere i “scur” (=le imposte); se quando siamo tristi abbiamo un “magòn” (=groppo in gola); se misuriamo a “spanna”. Oppure dovremmo pensare ai Goti quando facciamo con qualcuno “bega” (=litigio) o quando mangiamo la “suppa” (=zuppa). Dai franco-germanici Carolingi abbiamo invece ereditato il “grop” (=nodo) o la possibilità di avere un “gudazz” (=padrino) per le cerimonie religiose.

C’è pure una parola del dialetto trentino che pare derivi direttamente dai passaggi di truppe francesi dell’inizio del Settecento (Guerra di Successione Spagnola) e dei primi dell’Ottocento (campagne napoleoniche). E’ il termine “matelot” (diminutivo di “matel”) che in italiano sta per “bambino”, un vocabolo in verità dall’etimologia piuttosto controversa, come segnalato nel vocabolario del dialetto trentino di Elio Fox (giornalista e grande studioso del dialetto regionale): alla voce “matel” si legge infatti che i trentini “lo presero dal francese ‘mattelot’, che vale giovanetto, di cui si servono i marinai nel maneggio delle navi”. Forse le truppe francesi, arrivando nella piana dell’Adige, videro in azione gli zatterieri che con i loro giovanissimi garzoni permettevano il transito da una parte all’altra del fiume e si fecero sentire dai locali a chiamarli così? Oppure, come continua l’autore stavolta alla voce “matelot”, “riecheggia l’origine francese, forse per l’uso invalso, in epoca passata, di vestire i bambini ‘alla marinara’.”? In effetti, il francese “matelot” vuol dire proprio “marinaio” e la teoria della derivazione di questo vocabolo dal francese per indicare i ragazzini garzoni degli zatterieri (e quindi bambini in generale, unendo i due significati) potrebbe essere veritiera.

Dettaglio di una vista di Trento di Georg Johann Ringlin e Bernard Friedrich Werner, 1756 (fonte, diritti e immagine intera nella Biblioteca Digitale Trentina)

Insomma, ci sono due scuole di pensiero… E quale sia quella corretta non è facile a dirsi: a differenza delle parole sopraccitate di derivazione gotica, longobarda e germanica, per “matelot” c’è ancora un alone di incertezza riguardo alla sua origine. Se è vero infatti che le plausibilità delle etimologie elencate sono notevoli, dall’altro c’è un’ulteriore teoria ugualmente solida, citata dallo stesso Fox, sempre nel suo Vocabolario: “secondo il Quaresima, l’origine è da cercare nel suffisso ‘mat’, matto: dall’idea, scrive, che i ragazzi e i giovani fanno matérie e matade.” Il dubbio, quindi, pare rimanga insoluto. Un dubbio che forse può tener conto di un’ultima curiosità: nella zona del vercellese (Piemonte), che come il Trentino in epoca moderna fu interessata dalla presenza di armate francesi (inizio XVIII° ed inizio XIX° secolo), per indicare il “ragazzino” esistono in dialetto i termini “matalin” e “matalet”, parecchio simili nella radice al trentino. Un caso o…un indizio?

Fonti:

Bibliografia:

  • Giovanni Cerb, Flavio Russo, Parole e Pensieri, Edizioni speciali Rivista Militare, Roma 2000
  • Elio Fox, Vocabolario della parlata dialettale contemporanea della città di Trento e conservazione dell’antico dialetto, Tipografia Editrice Temi, Trento 2015

Sitografia: