Forte Verle, il fascino della Grande Guerra

di Leonardo Valentini e Aldo Gottardi

Dall’immagine in evidenza, Forte Verle oggi (foto di Daniele Cristofolini, 2000)

“L’interno è simile ad una nave da guerra: corridoi stretti, scalette di ferro, fasci di cavi lungo le pareti, luce artificiale, macchinari, odore di nafta e di grasso lubrificante. I locali sono angusti, con muri in cemento spessi un metro”: ecco come l’ufficiale artigliere Fritz Weber, non ancora uno scrittore rinomato, lo descrive nei primi mesi di guerra del 1915, nel suo romanzo “Tappe della disfatta”. Costruito tra il 1907 e il 1914, Forte Verle era uno dei sette forti austro-ungarici che dovevano contrastare l’esercito italiano, formando una cintura difensiva che da Lavarone arrivava fino a Folgaria. Una nuova generazione di fortezze, ben lontane dalle idee ottocentesche di difesa passiva dei confini: non più vulnerabili edifici in blocchi di pietra a difesa delle strade nei fondovalle, ma opere corazzate a prova di bomba, potenzialmente autosufficienti in caso di assedio e dotate di armamenti che consentivano loro di prendere parte attiva in possibili attacchi oltre il vicino confine italiano.

Imboccando oggi la “Via dei forti” all’altezza di Passo Vezzena, in pochi minuti vedremo svettare la sua tozza figura a 1504 metri d’altitudine: nonostante fosse di dimensioni decisamente più ridotte rispetto alle altre fortezze vicine, poteva ospitare fino a 300 militari nei suoi angusti cunicoli blindati e nella casamatta principale, lunga circa 70 metri e dotata di quattro cupole girevoli armate con obici da 100mm, senza contare un ulteriore armamento di sei cannoni e quindici mitragliatrici per la difesa ravvicinata.

Il soldato/scrittore Fritz Weber, circa 1916 (fonte wikipedia)

Forte Verle, “appostato” com’è su una piccola altura a dominio dell’ampia area prativa del passo, all’epoca della sua costruzione rappresentava il principale ostacolo ad una eventuale avanzata italiana dall’altopiano di Asiago e tenne fede al suo compito, anche se con difficoltà. La sua posizione scoperta e la gittata delle artiglierie inferiore rispetto a quelle delle contrapposte fortezze italiane (in particolare Forte Verena e Forte Campolongo), fecero sì che per le prime tre settimane di guerra il forte austriaco fosse esposto a spaventosi bombardamenti, ai quali però non poteva rispondere. Difesi solo dalla spessa corazzatura di cemento armato e scudi metallici, i soldati della guarnigione vissero lunghi giorni di inferno. Fritz Weber scrisse di quei momenti: “un nuovo mugolio, un nuovo scoppio: delle schegge battono violentemente contro gli sportelli d’acciaio delle finestre. Quindi, ancora silenzio. Ogni tre minuti, un colpo. Il cemento armato vibra come bronzo. Si direbbe che i proiettili scoppino sulle nostre teste. A un tratto, un’esplosione più forte delle altre: una seconda batteria ha aperto il fuoco su di noi.(…) La stessa scena si ripete per sei ore consecutive. Ogni tre minuti ci appiattiamo, mentre una esplosione ci lacera i timpani. Dopo sei ore di fuoco, dodici di sosta; quindi altre sei d’inferno…se prima non veniamo fatti a pezzi.”

La situazione cambiò verso la metà di giugno del 1915 quando, grazie all’invio di artiglierie d’assedio, si riuscirono a neutralizzare le fortezze italiane più vicine. Con l’offensiva austro-ungarica nella primavera del 1916 (più nota come Strafexpedition) e relativo cambiamento della linea del fronte, Forte Verle, così come altre fortezze dello sbarramento dell’Altopiano, non conobbe più un attivo impiego operativo fino alla fine della guerra.

Il colonnello Von Ellison passa in rassegna le truppe del forte nel novembre 1915 (fonte: archivio privato Leonardo Valentini)

Oggi, circondato da vasti pascoli sui quali si possono ancora distinguere centinaia di crateri, le sue condizioni appaiono deplorevoli, non tanto per i bombardamenti subìti in guerra, quanto per via del lavoro dei recuperanti in periodo di pace. Questi ultimi, negli anni ‘30, in un’Italia che si stava riarmando per nuove drammatiche guerre e campagne coloniali, andarono a cercare materie prime metalliche nelle vecchie fortezze della Grande Guerra, in gran parte ancora integre. A colpi di piccone e di esplosivo ogni elemento metallico sarà estratto e rivenduto, lasciando anche Forte Verle parzialmente demolito.

Nonostante questo, il fascino che ancora oggi lo circonda lo rende un luogo estremamente suggestivo: aggirandoci tra i suoi ruderi, davanti alla linea finestrata ormai priva di blindatura, che ci appare come una lunga fila di occhi che ancora ci osservano, tendendo l’orecchio e chiudendo gli occhi potremmo sentire ancora echeggiare i suoni della battaglia e le parole di Weber: “Come un ruggito infernale, l’acciaio rovente batte sul freddo calcestruzzo pressato, sbriciolando e frantumando tutto. Duecento cuori umani battono in difficoltà e con furia impotente!”.

Bibliografia:

  • Nicola Fontana, La Regione fortezza. Il sistema fortificato del Tirolo, Edizioni Osiride, Rovereto 2016
  • Willibald Richard Rosner, Fortificazione e Operazione. Lo sbarramento degli altipiani di Folgaria, Lavarone e Luserna, Curcu&Genovese, Trento 2016
  • Fritz Weber, Tappe della disfatta, Ugo Mursia Editore, Milano 2004