La Caccia Selvaggia: il mito in Trentino

di Denise Fioravanti.

Dall’immagine in evidenza, Pale di San Martino (Federico Fagotto, 2020).

La Caccia Selvaggia è un mito ricorrente nella letteratura, nel cinema, nei giochi e videogiochi, il cui fascino, tuttavia, non finisce mai di stupire. Si credeva che, a seguito di cruenti eventi come stragi o epidemie, i morti insepolti  e le divinità organizzassero delle soprannaturali cacce, solitamente accompagnate da suoni infernali e di catene, latrati, urla, scalpiti, corni da caccia e il soffiare senza pace del vento. In Trentino comparve dal 1200 d.C., introdotta dai roncatori alemanni chiamati dai principi vescovi a curare dei terreni in alta montagna.

Secondo il folclore trentino, la caccia è guidata dal Beatric, un essere soprannaturale non ben identificato. Nessun umano è mai sopravvissuto ad un incontro diretto con questo comandante infernale, descritto vagamente come la figura del dio nordico Odino o Wotan per i germanici. È invece certo che sia dotato di voce umana e che abbia il potere di attraversare pareti e porte. Il Beatric è conosciuto sul territorio con molti nomi diversi tra cui: Beatrich, Càzza Beatrich, Beatrico, cacciatore selvaggio, Mazzaròl, Om Selvàdeg, Patàu, Teatrico, Tria, Tri,  Wildmann, Batiklér, Peldricc (nei Sette Comuni) e Gegar (dialetto Cimbro). Il nome “Beatrik” è presente anche in altre parti d’italia e deriva probabilmente da una storpiatura del  nome di Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti.

Durante la notte, questo spettro corre di monte in monte, cavalcando un destriero infuocato alla testa di una muta di cani. In Val di Fiemme, i cani al seguito del Pataù (Beatric) sono 4 dotati di sei gambe, mentre a San Francesco (val dei Mocheni) sono 100, molti dotati di 3 zampe. In alcune leggende è anche fedelmente accompagnato da un’armata di anime dannate. Nell’exercitus mortuorum del panorama Trentino, gli spettri senza pace dei Canopi infestano la Caccia Selvaggia, eco senza fine della loro vita di stenti e di miseria. E’ facile immaginare come queste persone, sporche e macilente, fossero visti dai contadini come essere demoniaci strisciati fuori dalle viscere dell’inferno. 

Bramoso di sangue e di morte, durante la Caccia Selvaggia il Beatric non fa prigionieri e non conosce pietà. I coraggiosi, o folli, che osano sfidarlo, pretendendo un pezzo del bottino, vengono ricompensati con membra delle sue vittime inchiodate sulla porta di casa o gettate sull’uscio.  Si dice che la Caccia Selvaggia sia stata avvistata a alla cascata di Nardis, a Tione, sulla Bastia, Ala, Torcegno, Noriglio e Trambileno, Molina di Fiemme, fra i boschi a Maranza, a Povo, San rocco di Villazzano, Ronchi, Storo, Porte di Rendena, Stenico, Val dei Mocheni, Regnana, e infine tra Montevaccino e Cortesano. 

Nelle Giudicarie il Beatric viene identificato con la figura storica di Marco da Caderzone, figlio illegittimo di Giorgio di Lodron e brigante che sfruttò la Rocca di Preore, detta “busa del Batiklér”,  come nascondiglio per i suoi attacchi, In seguito sarà catturato e decapitato a Trento nel 1490.  A Regnana, invece,  nelle notti di luna piena le anime si radunano attorno a dei fuochi selvaggi, cuocendo la carne delle vittime. Questi fuochi sono probabilmente un residuo degli antichi fuochi sacrificali. Per ultimo, si narra che il Patàn tra Montevaccino e Cortesano fuggì nelle viscere del Calisio, esorcizzato da quelli dei Masi Saracini tramite una formula suggerita dal Vescovo del tempo.

Come ogni essere demoniaco, teme le immagini sacre, i crocifissi, le finestre sbarrate da inferriate a forma di croce (tipiche in Val dei Mocheni), i paioli di rame, i gatti e cani neri. In Primiero, le “quattro chiese in croce” di S.Romina, S.Giovanni, S.Martino, S.Silvestro, erette per bloccare la Caccia Selvaggia, creano un grande cerchio di protezione che tutt’oggi continua a resistere alle forze oscure. 

Le “Quattro chiese in Croce” del Primiero (grafica di Federico Fagotto, 2021)

Dettaglio del cerchio protettivo in Primiero (grafica di Federico Fagotto, 2021)

Bibliografia

  • Giuseppe Sebesta, (2006). “Fiaba-Leggenda dell’Alta valle del Fersina”. (Museo degli usi e costumi della gente trentina. S.Michele all’Adige.) 
  • Mauro Neri, (2019). “Le mille e una leggende del Trentino”.
  • Fiorenzo Degasperi, (2006). “Cavae: miniere e canopi del Trentino Alto Adige tra storia e leggenda”. 
  • Gianna Chiesa Isnardi, (2008). “I miti nordici.”
  • Tranquillo Giustina, “L’estrema congiura. Gli ultimi anni di Marco da Caderzone in Passato Presente quaderno n. 16”, Storo, Il Chiese, 1990.

Videografia

  • Centro Studi Judicaria, (2021) “I Martedì della Judicaria: Giudicarie: leggende antiche, realtà archeologica di Centro Studi Judicaria”.