La “domus magna” di Giovo

L’articolo e le fotografie a colori sono di Borja Escribano Navajo.

La gita di oggi ci porta in un luogo colorato dal manto autunnale: l’ocra, il verde e il giallo che si mescolano al fumo dei camini, ai ciclisti che affrettano gli ultimi giorni di bel tempo e ai contadini che finiscono di potare il vigneti, viti che danno colore alla vallata intorno a chiese o castelli medievali. La Val di Cembra si prepara all’inverno.

Sebbene questa valle, con ripidi pendii e discese, sia più conosciuta per il suo vino, i suoi piccoli paesi custodiscono molte storie da raccontare. A Ville, frazione di Giovo, tra vigneti e meleti, portici storici e masserie, compaiono i resti (ancora in uso) del Castel Giovo o Castello della Rosa.

Foto di Borja Escribano Navajo , 2021

Dicevo appunto che è ancora in uso perché c’è chi abita ancora tra le sue spesse mura rosse e dai suoi balconi si stendono ancora i panni ad asciugare… Chi non vorrebbe in fondo vivere in un castello?

La sua torre e le mura trecentesche che ancora si ergono sullo skyline cembrano sono del XIV secolo, ma gran parte del vecchio complesso non c’è più. Ve ne erano svariate torri di guardia forse, insieme ad altri corpi di fabbrica ed erano circondati da una cinta difensiva, tutto del XV secolo.

La fortezza, controllata dai signori di Giovo, vassalli dei conti di Appiano (attestati sin dal 1145), è documentata già nel 1305 e nominata come la “domus di Vesino” all’interno del testamento di Enrico, Signore di Giovo. Questa sorge in una posizione strategica sia per il controllo delle risorse minerarie sia per il controllo del passaggio che congiungeva la Valle dell’Adige alla Valsugana passando attraverso la Val di Cembra.

Riproduzione tratta dalla collezione di Borja Escribano Navajo.

Per queste ragioni si giustifica la nascita del Castello di Monreale (Königsberg), con il quale il castello di Giovo costituisce sin dalla prima metà del XII secolo un’unica contea amministrata dal Principe Vescovo di Trento. L’unità politica rimane tale anche dopo l’occupazione tirolese del XIII secolo. Dal 1504 viene denominato “Castel Giovo” o “domus magna di Zovo”, la grande casa di Giovo in lingua volgare, ma ancora oggi è ricordato come il Castello della Rosa, con riferimento allo stemma dei signori di Giovo che adornava fino alla seconda metà del XIX secolo una delle facciate della torre di guardia (oggi non più presente).

Nel 1553 muore l’ultimo esponente della famiglia Giovo e il castello viene acquisito dai nobili Morenberg. Durante le guerre napoleoniche il complesso, adibito a caserma, subisce gravissimi danni ed è ridotto in rovina.

Riproduzione dello stemma dei signori di Giovo: la rossa bianca, stilizzata, in campo azzurro. Foto di Borja Escribano Navajo, 2020

Nella foto possiamo notare la riproduzione dello stemma dei signori di Giovo: la rossa bianca, stilizzata, in campo azzurro. Enrico di Giovo già l’usava come il suo sigillo (1456).

E perchè proprio una rosa e non una corona o un’altro simbolo nei sigillo? Non ci sono documenti, perciò come tutte le storie che si rispettino sono accompagnate da leggende, questa non è da meno. Ancora oggi infatti ci sono famiglie in Valle di Cembra i cui cognomi sono Rosa e tra tutte c’è una coppia di anziani a Lisignago. Questi raccontano la storia della loro famiglia che risale al XV secolo, quando la Signora di Giovo abitava nel castello insieme alla servitù che si occupava dei lavori domestici, alla governante e alla sua dama di compagnia. Quest’ultima era molto carina e capace. Il signore di Giovo la notò e…. Poco dopo lei aspettava un bambino. Tra il renderlo pubblico o meno, il Signore di Giovo decise di nasconderlo e dichiararlo come figlio del suo maggiordomo che si prese cura della sua educazione. Il signore di Giovo, però, pagò tutte le spese e una casa, tra i campi e le foreste di Lisignago. La giovane donna si chiamava Rosa e il figlio era della Rosa, così i discendenti nel corso dei secoli portarono il cognome Rosa. È possibile in questo modo che quel signore di Giovo avesse uno stemma con la rosa in sua memoria.

La rosa è stata scolpita in una piccola lastra e incastonata in una delle nicchie delle finestre della torre di cui oggi non ne rimane più traccia. Leggende certo, leggende sono… Ma la famiglia Rosa di Lisignago esiste realmente!

Bibliografia

  • I. IACHEMET, Storie di Giovo. La vita contadina e le tradizioni dei nostri paesi, pp. 35-36. Comune di Giovo (TN) 2019
  • E. POSSENTI, G. GENTILINI, W. LANDI, M. CUNACCIA (a cura di), Castra, castelli e domus murate. Corpus dei siti fortificati trentini tra tardoantico e basso medioevo. Apsat 4, 5, 6. Mantova 2013.
  • F. DEGASPERI, Castelli del Trentino Alto Adige, pp. 375-380. Trento 2011.
  • U. RAFFAELLI (a cura di), Castelli del Trentino, p. 157. Trento 2007.

Pubblicato da BorjaNavajo

Castigliano di origine e trentino d'adozione da tre anni, mi sono laureato in Storia dell'Arte presso l'Università Complutense e ho conseguito un master in Archeologia presso l'Università Autonoma di Madrid. Volendo spremere ed estrarre l'essenza dei luoghi in cui passo.