Il mistero dei laghi scomparsi

Di Francesco Zadra. L’immagine di copertina proviene dall’Atlas Tyrolensis.

La Valsugana, a discapito dell’etimologia che la vorrebbe “asciutta”, è famosa per i laghi sulle cui sponde si riversano annualmente sciami di giovani in cerca di refrigerio. Per non parlare dei villeggianti nordeuropei che, abbarbicati sulle rive con tanto di sdraio e sandali (rigorosamente calzino-muniti), sfidano l’afa estiva per portarsi a casa l’immancabile tintarella, oltre a qualche scottatura.

Quello che è forse ignoto ai più, è che fino a due secoli or sono, quando la parola “turismo” non compariva nemmeno sui vocabolari, la nostra valle poteva offrire agli ipotetici vacanzieri, perlopiù castori e anatre, altri due specchi d’acqua di discrete dimensioni.

Tra gli abitati di Marter e Roncegno, dove ora troviamo la bucolica località “Lagomorto”, pit-stop di greggi in transumanza e ciclisti accaldati, si estendeva con i suoi 25 acri l’omonima palude. 

Scene di vita agreste attorno al Lago Morto, Pietro Marchioretto, 1796

Le antiche cartografie riportano anche l’esistenza di un corpo lacustre denominato “Lago dei Masi”, ben 15 ettari, situato nel territorio dell’attuale comune di Novaledo, “masaroi” è difatti il soprannome degli abitanti del luogo.

L’acquitrigno, oltre a non permettere lo sfruttamento agricolo del territorio, era anche focolaio di numerose malattie: le zanzare, portatrici del morbo malarico, vivevano e prosperavano tra le sue sponde. 

Venne poi prosciugato nel 1818, nel corso di una massiccia campagna di bonifiche palustri che interessò l’intero ambito territoriale (vedasi anche le bonifiche in zona “Lochere di Caldonazzo” e “quartier Grande” a Levico), mediante la rimozione dell’antica chiusa in legno ubicata a sud dell’insediamento antropico, provocando collateralmente un cambiamento del microclima locale.

Per quanto riguarda il “Lago morto”, si può considerare “deceduto”, qualche anno prima, per cause naturali.

Ma le bonifiche in valle non finiscono qui: negli anni ’30 il regime fascista dispose l’incanalamento del fiume Brenta tramite la costruzione di argini in muratura. Ciò permise, nei terreni bonificati, la scoperta di un vero e proprio giacimento di torba, sostanza infiammabile valido sostituto del sempre più scarseggiante carbone, specialmente in tempo di guerra. Il ritrovamento fece la fortuna di Ermanno Pasqualini, imprenditore tesino che, con la neocostituita ditta “Torbiere della  Valsugana”, si occupò di estrarre e commercializzare il prodotto, dando lavoro, fino al termine del conflitto mondiale, a una sessantina di donne della valle.

Operaie della torbiera di Novaledo

La prossima volta che passerete per le campagne valsuganotte in sella alle vostre fidate MTB, ascoltate con attenzione: tra lo scrosciante mormorio della Brenta e il cinguettio degli usignoli potreste udire l’eco degli antichi canti operai… 

Fonti, crediti e ringraziamenti:

L’antica comunità di Levico e Selva: documenti per un percorso storico (1431-1810), Mario Nequirito, Provincia Autonoma di Trento, 2003

Si ringraziano tutti coloro che hanno messo a disposizione fonti storiche, fotografie e testimonianze utili alla stesura dell’articolo, in primis i sig.ri Mario Pacher, Alex Paccher e Damiano Oberosler
Last but not least: l’amministrazione comunale di Novaledo nella persona dell’ass. Emanuele Paccher.

L’Atlas Tyrolensis è reperibile su wikipedia ed è un’immagine in pubblico dominio.